Che la crisi economica abbia colpito in maniera preponderante il settore dell’edilizia è una cosa oramai certa e appurata, con tutti i riflessi che ne conseguono, rappresentando un settore intorno al quale ruotano una miriade di attività (e imprese) differenti, professionisti e lavoratori.
Forse tutto questo è stato dovuto anche alla mancanza di lungimiranza di certi imprenditori e di quegli amministratori che hanno avuto a che vedere coi vari P.R.G..
Nel senso: fino a che punto poteva durare un tale bulimico sviluppo immobiliare? Nessuno si rendeva conto dell’esubero di appartamenti, residenze, ville e villette che aumentava a dismisura, rispetto ad una popolazione praticamente costante (o in lieve aumento)?
Evidentemente qualcuno sperava di sfuggire alle basilari leggi del mercato basate sulla domanda e sull’offerta.
Per non parlare della qualità, estetica e strutturale, con la quale sono state erette molte di quelle costruzioni che hanno selvaggiamente occupato il suolo…
Il settore dell’edilizia è un settore trainante dell’intera economia locale e nazionale, e di certo va aiutato (nei limiti del possibile, anche se preferirei che l’economia si spostasse su settori più strategici e “green”, nei quali vi sono ancora ampi spazi); ma forse è giunto il momento di mettersi intorno a un tavolo e ragionare sul suo futuro. Un futuro nel quale vedo spazio – almeno per parecchi anni – solo per interventi di qualità, dal ridotto impatto ambientale (bioedilizia e altissima efficienza energetica), frutto perlopiù della riconversione e ristrutturazione del patrimonio immobiliare esistente.
Inoltre una delle cose che la città e i suoi abitanti non possono tollerare (e non meritano!), è la presenza di eco-mostri rappresentati da scheletri di costruzioni incompiute, come quella che si vede nella foto qui sopra..
Non è tollerabile che si autorizzi un’impresa a iniziare una costruzione di tale impatto ambientale e paesaggistico, senza pretendere quanto meno che la porti a termine entro un congruo termine!
Come si evince dalla foto, è stata addirittura tolta l’impalcatura (sinonimo di “lavori in corso”), cosa che lascia presagire una situazione che perdurerà mesi, o peggio ancora anni.
Ecco perché sto pensando ad un documento Consiliare nel quale richiedere che al fine di evitare questi scempi, si obblighino le imprese che lasciano i cantieri in questo stato a terminare i lavori entro 18/24 mesi, pena l’obbligo di demolizione dell’opera fino a quel momento realizzata.
Oppure, quanto meno, che si impegnino ad effettuare un tentativo di “abbellimento” di tali obbrobri con una copertura che rappresenti il futuro dell’opera realizzata, immagini della città o, perché no, faccia sembrare che non è stato costruito nulla, con un’immagine della zona “ante cantiere”.
Pesaro, 22 giugno 2012